Ogni tanto, nel mare infinito delle piattaforme, compaiono titoli che non seguono nessuna regola precisa eppure conquistano chiunque ci si avventuri. Non hanno campagne colossali né poster a ogni fermata dell’autobus, ma bastano pochi minuti per capire che c’è qualcosa di diverso: un ritmo insolito, un personaggio scritto con cura inconsueta, un dettaglio che sembra insignificante e invece apre una porta narrativa enorme.
Capita soprattutto quando una serie nasce con un’ambizione silenziosa: non inseguire il trend del momento, ma raccontare una storia che abbia una sua impronta. E spesso sono proprio queste opere a creare micro-fenomeni, quelle conversazioni sussurrate tra amici che iniziano con un “l’hai vista? fidati, non te ne pentirai”.
Negli ultimi anni è successo più spesso del previsto. Tra autori che sperimentano linguaggi nuovi, produzioni che osano toni inediti e riletture di classici capaci di sorprendere anche chi conosce già ogni dettaglio, si sono affacciate serie che hanno trovato pubblico proprio grazie alla loro diversità.
E c’è anche una curiosità: una di queste, la numero 5 dell’elenco, è approdata su Netflix senza che quasi nessuno se ne accorgesse.
Sette storie che sfuggono alle regole (e forse è per questo che funzionano)
Il primo titolo è The Curse, un gioiello di A24 che sembra una commedia di coppia e invece diventa una lente impietosa sulle contraddizioni della società americana. L’atmosfera cambia di continuo, come se la serie volesse ricordare allo spettatore che ciò che si vede è solo una superficie, e sotto c’è molto altro.
Con Shōgun il viaggio è completamente diverso: un affresco epico che riporta alla complessità del Giappone del Seicento. La forza della serie non sta solo nell’ambientazione, ma nel modo in cui racconta la collisione tra culture, filtrandola attraverso sguardi che si osservano con diffidenza e meraviglia.
A sorprendere, però, sono anche prodotti all’apparenza semplici come Mid-Century Modern, una sitcom che recupera il gusto delle comedy “puro e semplice”. Tre amici, una casa condivisa e un tono leggero che diventa quasi rivoluzionario proprio perché rifiuta qualsiasi sovrastruttura.
Poi c’è Sconfort Zone, il progetto più imprevedibile di Maccio Capatonda. Un esperimento narrativo che sfugge a ogni definizione: comico e malinconico, grottesco e intimo. Un percorso di prove e fallimenti che parla di fragilità in un modo sorprendentemente autentico.

La quinta serie, quella che molti non sanno essere su Netflix, è Ripley. Girata in un elegante bianco e nero, trasforma un classico della letteratura e del cinema in un thriller psicologico dalla bellezza ossessiva. La lentezza diventa stile, e Andrew Scott regala un’interpretazione magnetica.
Anche Disclaimer, diretta da Alfonso Cuarón, si muove fuori dalle etichette facili. Parte come un thriller, ma si apre presto a un’indagine molto più profonda: quella delle verità non dette che ognuno porta con sé.
Chiude la lista L’arte della gioia, un adattamento coraggioso e rispettoso dell’opera di Goliarda Sapienza. La storia di Modesta attraversa l’Italia del Novecento con una densità umana che raramente si vede sul piccolo schermo, restituendo un ritratto potente e necessario.
Queste sette serie hanno un tratto comune: non cercano di piacere a tutti, e forse proprio per questo conquistano chiunque le incontri. Sono opere che sperimentano, rischiano, sorprendono. E, nel loro modo unico, ricordano che la serialità sa ancora stupire quando decide di uscire dagli schemi e seguire un’intuizione autentica.